Facoltà Teologica del Triveneto: Progetto THESIS Fttr

Tipologia Tesi: Laurea Magistrale in Scienze Religiose

  • L’esercizio dell’autorità nella vita consacrata

    Obbedienza e rispetto della coscienza

    L’ESERCIZIO DELL’AUTORITÀ NELLA VITA CONSACRATA
    OBBEDIENZA E RISPETTO DELLA COSCIENZA

    Le domande che mi pongo in questo lavoro sono: l’obbedienza che Dio chiede nella vita consacrata è proprio quella che viene vissuta e praticata oggi? E l’autorità vissuta in seno alla Chiesa è proprio evangelica? Se in alcuni casi essa sfocia nell’autoritarismo, non sarà perché ne reca in sé i germi? Come si potrebbero vivere in altro modo le relazioni di fraterne e quelle gerarchiche? Vi è una terza via tra la dittatura e la democrazia, per dirla con termini presi in prestito dalla politica?
    In moltissime comunità si sono riscontrati e si riscontrano tuttora abusi di potere, e altri tipi di abusi. Se, tuttavia, ci sono delle devianze, ciò non è imputabile semplicemente alla malafede di pochi imbonitori che si mascherano da agnelli per aggredire indisturbati il gregge, ma a un sistema che da troppo tempo vige nella Chiesa, e che, se aveva il suo senso e la sua funzione meritoria fino a qualche tempo fa, rischia ora di produrre degenerazioni e sopraffazione. Sto parlando del sistema gerarchico e dell’obbedienza concepita e vissuta all’interno sia dell’ambito clericale che in quello laicale come svuotamento di sé e rinuncia all’esercizio della propria libertà.
    Da un precedente lavoro su Etty Hillesum e il suo modo di vivere l’obbedienza ho tratto la consapevolezza che vi può essere un modo libero e liberante di obbedire, è possibile obbedire a Dio e non a una legge, a qualcosa e a qualcuno che si avverte essere parte di sé e operante per il proprio bene e la propria realizzazione personale e non a regole e imposizioni esterne a sé ed estrinseche, percepite come conflittuali con la propria felicità. Il modo in cui la Hillesum ha esercitato la propria coscienza è l’unico rimedio intrinseco che, secondo il cardinale John Henry Newman, si può offrire ad una coscienza erronea per guarirla e correggerla. L’obbedienza sincera ai dettami della coscienza erronea guadagna all’uomo la consapevolezza della sua creaturalità e ciò induce l’uomo a riconoscere la sua provenienza dal Creatore. La consapevolezza della propria dipendenza implica quella della responsabilità e quindi la consapevolezza della propria peccaminosità. Chi, invece, obbedisce ad un altro per obbedire a Dio, in realtà abdica alla sua umanità, e atrofizza, invece che alimentarla e formarla, quella coscienza che ci è stata data proprio per vivere in un rapporto dialogico con Dio, guidati dallo Spirito che ancora e sempre parla, e di cui, casomai, dobbiamo imparare la lingua.
    La mia tesi è che, per sopravvivere, la vita religiosa abbia bisogno di ripensare e rifondare su basi rinnovate, i presupposti della convivenza, dell’autorità, dell’obbedienza, le forme di aggregazione e le motivazioni di essa. Solo così tornerà ad essere attraente e profetica, portatrice di un messaggio e di un anelito di vita che molti attendono, segno e luogo di una umanità più vera, più umana e arricchente.



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