Facoltà Teologica del Triveneto: Progetto THESIS Fttr

Tipologia Tesi: Laurea Magistrale in Scienze Religiose

  • Insegnerò agli erranti le tue vie

    La spiritualità nel carisma educativo dei Figli della Carità

    Maddalena di Canossa nasce a Verona il primo di marzo del 1774, da Ottavio di Canossa e da Teresa Szluha, contessa di Edimburgo.
    Prima di lei sono nati Carlo Vincenzo nel 1771 (morto dopo la nascita) e Laura Maria, nata nel 1772. Nel 1776 nasce il fratello Bonifacio e appena un anno dopo nasce Rosa. Eleonora, l’ultima figlia di Ottavio e Teresa, nasce nel 1777.
    Nel 1779 muore il marchese Ottavio e due anni più tardi Teresa Szluha lascia Verona per contrarre nuove nozze.
    Dopo vari e talvolta tragici eventi, tanto sul piano politico che su quello familiare, l’8 maggio del 1808 Maddalena di Canossa fonda a Verona, presso l’ex monastero delle Eremitane di sant’Agostino, nel quartiere di San Zeno, la congregazione delle Figlie della Carità – Canossiane. Ottiene il riconoscimento ecclesiastico della congregazione femminile nel 1816 . Dopo aver fondato altre case femminili in vari paesi del Regno lombardo-veneto, nel 1831 fonda il tanto desiderato ramo maschile della sua famiglia religiosa: la congregazione dei Figli della Carità – canossiani, a Venezia. Maddalena di Canossa si spegne a Verona il 10 aprile del 1835. Avviato il processo per la canonizzazione, nel 1927 viene emesso il decreto con cui si riconosce l’eroicità delle virtù. Il 7 dicembre 1941 viene ascritta nel registro dei Beati da papa Pio XII. Il papa Giovanni Paolo II la proclama santa il 2 ottobre 1998. La memoria liturgia è fissata il giorno 8 maggio, anniversario della prima fondazione femminile.
    Maddalena di Canossa nasce e cresce in un periodo molto travagliato della storia dell’Italia e del Regno lombardo-veneto in particolare. Il territorio italiano è ormai un nodo cruciale in una guerra che coinvolge le potenze europee, ripetutamente visitato dalle rivoluzionarie truppe napoleoniche, a cui non mancano di aggiungersi quelle austriache. L’alternarsi di vittorie e sconfitte, le occupazioni che ne seguono e le imposizioni fiscali volte a risollevare le amministrazioni economiche degli stati, già esausti, contribuiscono a gettare nella povertà e nell’indigenza le popolazioni che vivono ai margini delle questioni politiche.
    Anche Verona presenta in modo perspicuo le caratteristiche della situazione politica comune al resto d’Italia .
    Principale snodo per la viabilità del summenzionato Regno lombardo-veneto, la città si trova ad essere in una posizione davvero strategica per gli eserciti, al punto da diventare anche uno dei luoghi maggiormente sconvolti dalla imperversante crisi politica ed economica.
    Una tra le zone che maggiormente paga con la miseria le conseguenze della lotta è la contrada di San Zeno. Il vescovo di Verona Innocenzo Liruti, nel 1818, descrive così la contrada zenonese: «Posta nell’angolo più remoto della città, abitata per la massima parte da gente rozza e miserabile, in conseguenza senza religiosa e civile educazione, ed in aperto pericolo, scostumatezza particolarmente delle ragazze» .
    Il quartiere di San Zeno – che ai nostri giorni è uno dei più trafficati della città, per la bella basilica omonima e per i luoghi di interesse limitrofi (si pensi al complesso di Castelvecchio) – si trova a pochi metri dal Palazzo Canossa, e diventa, col passare del tempo il primo testimone dell’azione caritativa ed educativa di Maddalena di Canossa.
    Maddalena, Bonifacio, Rosa ed Eleonora lasciano dunque Verona alla volta di Venezia, dove rimangono, raggiunti successivamente dallo zio Gerolamo e dalla moglie, fino al 1797 .
    A Venezia Maddalena, la più anziana – aveva ventidue anni – ha in custodia i fratelli e, se Bonifacio è ancora sottoposto alla guida del suo precettore, le sorelle più piccole dipendono da Maddalena anche per la loro educazione.
    In realtà poco si può sapere della vita di Maddalena a Venezia. Guardando però all’evolversi della sua attività di fondatrice – e considerando anche l’importanza che Venezia assume nell’articolarsi della fondazione femminile – si può affermare che neanche la permanenza fuori casa e le responsabilità dei familiari attutiscono la sua passione per la cura e l’educazione dei poveri
    Dall’esperienza di quello che sembra un vero e proprio esilio politico, giunge fino a noi un ritratto di Maddalena che non può essere trascurato e che, anche superato quel momento, torna con insistenza a raffinare la sua sensibilità di donna, prima, e di consacrata, poi: Maddalena – che sembra chiudere nel segreto dei ricordi il suo passato e gli episodi che riguardano la madre – si trova adesso a essere lei stessa madre per quelli di casa sua.
    E’ questo un aspetto decisivo nella costruzione della sua identità. Si verifica in lei come una dilatazione del cuore che, grazie anche alla guida di don Libera, diventa tratto inconfondibile e intramontabile della via da lei tracciata.
    E’ il 1791 quando Maddalena decide di ritirarsi in un monastero di ispirazione carmelitana nei pressi di Verona, per dedicare la sua vita a Dio. Tuttavia, come si evince da diverse fonti, non passa molto tempo prima che lei stessa capisca che la clausura non si adatta alla sua tempra. In una lettera a una sua zia scrive, appena dopo due giorni, di essere «confusa e sorpresa» . Conclusa questa prima esperienza di vita claustrale, Maddalena decide per un nuovo tentativo di vita monastica. Questa volta presso le Carmelitane Scalze di Conegliano, dove entra nel 1792. I dubbi che la tormentavano già l’anno precedente riaffiorano. Si può leggere nei suoi scritti come la sua vita sia caratterizzata dalla continua ricerca di un profondo equilibrio tra contemplazione e azione caritativa.
    Se il 1797 rappresenta una svolta per Maddalena circa la comprensione della sua vocazione alla carità, il 1799 è l’anno in cui sembra profilarsi la possibilità di iniziare concretamente l’Opera.
    Nel luglio di quest’anno Maddalena redige un Piano, che sottopone a don Libera. Egli giudica in modo positivo il progetto presentato dalla figlia spirituale e ne espone le sue considerazioni, con l’equilibrio e la lungimiranza che lo contraddistinguono. Lui stesso indica a Maddalena, dunque, sottopone ancora le sue intenzioni al Vescovo Avogadro. Dopo averla ascoltata e comprese le sue buone intenzioni, egli giudica il Piano eccessivamente ampio Maddalena la strada da percorrere, che è quella della comunione con il Vescovo. Maddalena, dunque, sottopone ancora le sue intenzioni al Vescovo Avogadro. Dopo averla ascoltata e comprese le sue buone intenzioni, egli giudica il Piano eccessivamente ampio e consiglia alla Canossa di tralasciare la collaborazione con don Pietro Leonardi per orientare la sua attività all’educazione delle ragazze povere nelle cosiddette «scuole di carità». Maddalena ha già allenato il suo cuore alla maternità spirituale e ben conosce anche il dolore che nasce dal trovarsi sola e abbandonata Essa si sente dunque portata a spendersi oltre la misura delle sue possibilità per il bene delle ragazze povere – ricorrendo, se serve, a interpellare altri nobili ed ecclesiastici, anche fuori dai confini di Verona – e questo prima che il definitivo discernimento vocazionale sia compiuto.
    In ottemperanza alle indicazioni ricevute dal presule, la giovane marchesa dedica le sue attenzioni a gettare le basi per la nuova azione caritativa. Nel frattempo la visita di persone autorevoli a palazzo continua. Maddalena, certo sostenuta da influenti collaboratori e grazie al suo lignaggio, entra in trattative con il Governo per ottenere l’uso del vicino monastero agostiniano, ormai soppresso.
    Le pratiche giungono a buon fine e la notizie dell’avvenuta cessione (che reca la data del 1 aprile) viene inoltrata a Maddalena il giorno 11 aprile 1808 .
    Il giorno 8 maggio successivo la Canossa prende possesso dello stabile, assieme alle sue compagne e alle ragazze. Maddalena ha trentaquattro anni quando inizia questo nuovo periodo della sua vita.
    Periodo che sarà interamente impiegato nelle opere di carità e di educazione a vantaggio del prossimo.
    Gli eventi del suo passato, unitamente alla storia presente che si dispiega sotto i suoi occhi, e il perseguimento della santificazione come proprio fine spirituale, reinterpretati alla luce dell’amore cristico, che viene proposto come modello , si pongono come denominatore comune dell’esperienza canossiana, maschile e femminile, di ieri e di oggi.
    L’esperienza della miseria e della fragilità umana, e la sensibilità a queste condizioni esistenziali, sono una chiave importante per la ricostruzione della sua azione educativa. Il compito – che ha radici lontane nella vita della Canossa – dei «suoi» consacrati non è solo quello, per quanto lodevole, di formare, o di educare, persone povere, in modo che queste possano ambire a un salto di qualità nella loro vita. Parte della missione a cui concorrono i membri dell’istituzione canossiana consiste nell’entrare in una empatia tale con i ragazzi (e ragazze) poveri, al punto di essere da loro accolti come facenti parte della loro famiglia e punti di riferimento. L’agire degli educatori si realizza, oltre che nell’opera di prima evangelizzazione, nell’offrire ai giovani raminghi «l’affetto e l’interesse di quei genitori o che loro mancano, o che forse sarebbe meglio che non avessero» .



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