L’iconografia della pala d’altare nella Diocesi di Treviso dopo il Concilio di Trento (1563-1663)
La pala d’altare tra la seconda metà del Cinquecento e la prima metà del Seicento, ebbe un ruolo determinante nell’ambito di una strategia attuata dalla Chiesa posttridentina che utilizzò la strategia delle immagini sacre come una delle azioni volte alla capillare riorganizzazione strutturale della vita religiosa intrapresa dal mondo cattolico in risposta allo strappo della […]
La pala d’altare tra la seconda metà del Cinquecento e la prima metà del Seicento, ebbe un ruolo determinante nell’ambito di una strategia attuata dalla Chiesa posttridentina che utilizzò la strategia delle immagini sacre come una delle azioni volte alla capillare riorganizzazione strutturale della vita religiosa intrapresa dal mondo cattolico in risposta allo strappo della Riforma protestante. Una riforma cattolica che, partendo dalla sfera dottrinale, finì per investire ogni aspetto delle abitudini comportamentali del credente e che portò al consolidamento della posizione della Chiesa attraverso un processo di rafforzamento del ruolo politico e spirituale del papato, del consolidamento di strumenti ideologici e istituzionali per la lotta contro le eresie e l’affermazione di un modello di controllo clericale sulla società. L’azione della Chiesa prese avvio concretamente con Concilio di Trento dal quale emersero le linee guida del cattolicesimo ben distinte da quelle delle confessioni protestanti. Di fronte ai profondi cambiamenti dell’epoca, l’arte sacra non rimase immune, coinvolta a pieno titolo nelle controversie religiose e in particolare, nel dibattito intorno alle immagini, al culto dei santi e delle reliquie che al Concilio di Trento si tenne nell’ultima e conclusiva sessione del 1563. Il decreto sulle immagini, emanato per porre fine alle azioni distruttrici dei riformatori nei confronti dell’arte sacra e per vigilare sull’ortodossia del messaggio dottrinale che le immagini veicolavano, ebbe non solo immediata applicazione ma ampia risonanza nei trattati post conciliari di vescovi riformatori come Carlo Borromeo e Gabriele Paleotti. Anche nella diocesi di Treviso la ricezione dei decreti tridentini, così come il decreto sulle immagini, fu sollecitata dal vescovo riformatore Giorgio Corner, che portò, nell’ambito dell’iconografia della pala d’altare, a collaudare nuovi modelli iconografici e formule espressive adatte a soddisfare le esigenze devozionali delle chiese locali. Le raffigurazioni delle pale d’altare avevano dunque la funzione di docere, delectare e movere il fedele: insegnare correttamente, attraverso immagini credibili e chiare la dottrina cattolica, dilettare e suscitare sentimenti di pietà e commozione, al fine di rafforzare la fede e il sentimento religioso dei credenti. Questo avvenne in un
momento in cui la Chiesa fu molto attenta ai soggetti e alle forme che gli artisti rappresentavano, indirizzando la loro creatività e la loro devozione, nel tentativo di ordinare, disciplinare, educare ed istruire la società cristiana tra la seconda metà del Cinquecento e la prima metà del Seicento, quando, da un punto di vista artistico, dalle elaborazioni del tardo Manierismo si passò progressivamente all’affermazione del Barocco.
